Bithia

Monday, October 26, 2015


Storia quasi vera sulla ricerca di Bithia, città antica scomparsa, nascosta, abbandonata e semi-sconosciuta della Sardegna del Sud. Città con memorie vaghe di genti dalle vesti rosse, di autoctoni e di scambi, di lingue semitiche e mescolanze. Ricchezza. Oblio. I nomi sono volutamente storpiati, gli dei pure, rimestati. La sostanza non cambia, di qua o di là del promontorio.





"Non ho mai amato l'acqua. No, il mare non è mai stato il mio ambiente naturale, devo ammetterlo. Questa volta però, impugnando forti scongiuri, dovevamo trovare la città dimenticata, ed il suo tempio.
Le rovine, l’abbandono. B'yth’ia, il suo nome, un eco di navi e di burrasca.
Guidati da fremiti ed impazienza attraversammo le sabbie di lato al fiume. Sulla destra il mare, stipendiato guardiano che non smetteva un attimo di osservarci. Poche le persone, molte le lingue, straniere, come un tempo. Poi avanti, a scalare scogliera, stradina bassa, facile, non era acqua, molto bene.  Passi, gambe, veloci, più rapidi ancora per vincere il sole, già arancio di stanchezza. Tra noi poche le parole. Avanti, una curva, un piccolo dirupo, poi vedemmo l'isolotto: Kar’dhul’in, un pane di terra verde a forma di Civraxiu, unito alla terraferma da un piccolo istmo più di poseidonia morta che di sabbia.
Gli scongiuri avevano funzionato, si poteva passare, l'acqua era aperta, ritirata, calma.
Pochi metri di larghezza, forse quindici in lunghezza. La città dimenticata era vicina, senza farsi vedere.
Poi ci venne incontro una donna, straniera forse, dall’accento gentile. Al nostro cenno di saluto, appena abbozzato con il capo, ci parlò: "le altre due persone sono scese di qui, questa è la strada".
La strada per andare dove? - pensammo in silenzio - e perché ce la indicava con così tanta sicurezza, quasi ci aspettasse? Le altre persone... quali persone?
Eppure questo bastò per accelerare il passo, uccidendo queste domande, fu tutto molto veloce. Scendere il dirupo ove i ginepri offrivano la mano. Giù in spiaggia, anzi due le spiagge divise dall'istmo. Primo segno: un palo conficcato sulla sabbia a spettinare le alghe secche.
Poi avanti, breve salita, cespugli, eccole le prime mura ove sapevamo poteva essere il lasciapassare dei morti, il tophet. Del tempio nessuna traccia, solo cespugli, alti poi bassi e di nuovo alti; quasi onde, verdi. Infine ci lanciammo sull'isolotto, percorrendolo su traiettorie a croce. Alte scogliere ai lati, a sud soprattutto. Nulla, di sotto solo acqua, maledetta acqua, di sopra solo altri arbusti, rigogliosi quanto sottomessi al vento. Mistral.
Ci guardammo, tre parole: "andiamo di là".
Un minuto di cammino, ancora ginepri, infine un sentierino disegnato a matita e infine lo trovammo. Il tempio di Ba'al era ormai solamente un recinto di pietre, un quadrato quasi fosse gioco di bambini. Un accenno, un’idea. Ma non fu questo a sorprenderci, fu altro.
L'eroina spumeggiava ancora nella siringa di una delle due persone che vi trovammo sedute, insieme al sangue che defluiva dalla vena trafitta sul braccio sinistro della donna piedi di gomma. Furono attimi, furono sorprese dalla nostra presenza. Imbarazzo il loro, paura la nostra? O forse il contrario, quasi avessero visto le genti dai vestiti color porpora, di nuovo, ancora. Andare a bucarsi nel luogo meno conosciuto di una costa, dentro un tempio di phonikes abbattuto su un isola a forma di pane, quasi fosse un rito, per poi essere sorprese da due curiosi in cerca di avventure e ritrovamenti. No, non doveva essere stato nei loro programmi.
La donna piedi di gomma pose termine velocemente all’operazione su se stessa, poi abbracciandosi all’altra sua compagna d'inquietudine si dileguarono entrambe, insieme, trascinandosi nel verde, incerte ma leste. Non uno sguardo, più impietrite di noi che, con sfrontata prepotenza e freddezza a nascondere sorpresa, entrammo dentro il tempio raso al suolo, per esplorarne le pietre lavorate.
Surreale inquietudine ma non ci fu di nuovo il tempo; ci fu una seconda sorpresa, a quanto pare il luogo era ben frequentato. Dall'istmo, veloci arrivarono i due ragazzi, questi agitati. Occhi svelti, membra nervose. Cercavano, cercavano, gambe d'Achille, alti magri, agili tra i cespugli. Decidemmo di andar via, impauriti stavolta, forse. Giù, piccolo salto, istmo di nuovo, i ginepri, su in alto a scalare - "attenzione a non scivolare!" -  mi girai più volte ad osservare, non smisi mai di osservare. Intanto la ricerca dei due continuò, insistente, ancora impaziente. “Nulla?" - disse a voce alta il più basso - “no, ancora nulla" - rispose lo smilzo fiori del male. Accelerammo il passo, quando avvertimmo ancora più agitazione tra il verde nel mezzo dell'isolotto a forma di Civraxiu.
Infine, iniziammo a sorridere della cosa quando di nuovo apparve la donna di prima. Era ancora lì, rimasta poco più avanti per tutto il tempo, dietro una curva, quasi avesse osservato tutto dall'alto.
Con un largo sorriso e lo stesso accento gentile e straniero ci disse: "bello l’albero, vero?" Rispondemmo con un "sì", sicuri però in cuor nostro che la riposta attesa doveva essere ben altra.
Un codice? Un complice?
Riprendemmo nuovamente il passo, senza voltarci.
Fu quindi sabbia di nuovo e luce bassa e quella bellezza atroce di una terra antica, custode di rovine dimenticate, testimone di umanità forse sprecata.
B’yth’ia, la dimenticata."


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