L'ultimo faro, poi il blu

Wednesday, May 28, 2014






Quante sere, prima di quella curva tracciata decisa a finire sul ponte, ho visto una città immobile al tramonto, illuminata d’arancio con un cielo plumbeo dietro, quasi non ci fosse nulla oltre?
Io vedo da quella curva una città che pare un modellino, un diorama. Non si scorgono le persone mentre sembra un brulicare d’auto su montagne russe di strade in restauro sgangherate. Una tessitura. Non vedi cosa c’è dietro questa città, come se il mondo finisse lì, senza avviso alcuno o segnale di pericolo, con quella rocca che da arancio diviene pian piano rosa: le torri, una cupola e poi il nulla. Un nulla remoto ed inquieto. Non si vede altro, quasi fosse l'ultimo faro del Mediterraneo. Poi la curva la percorri e finisce che vi entri, dentro questa minuscola metropoli austera, che vorrebbe tanto etichettarsi tollerante-multietnica ma ancora ci si sputa tra i quartieri. Infine percorri il porto, piccola meraviglia d’acqua cheta e sei tra le formiche.
Formiche, le vedi attraversare i larghi viali in cerca di sistemazione, le osservi attraversare le strade, i palazzi, le scorgi a saltare sopra le zebre dagli occhi rossi e verdi, gialli talvolta, veloci e distratte da una fretta apparente; di corsa le vedi queste figure, a tratti sospinte dalla primavera, si rientra e si va, si cerca. Però, poi - tu che leggi - fermati un istante ad osservare, perché un battito di ciglia della sera se le porta via tutte in un attimo, mentre quel rosa sulle torri, sulle mura, sui palazzi e sul tutto diviene un potente, inarrestabile, blu di immutabile malinconia.

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