Lou Reed's "Berlin", opera rock...

Wednesday, July 18, 2007

Sabato 14 luglio scorso, Cagliari e il suo anfiteatro romano, ospitano, con commossa ammirazione, il concerto di Lou Reed. "Berlin", conclusione del tour che mette in scena l'omonimo album-opera rock del 1973, quell'album "Berlin" che già grandioso e diverso doveva apparire un anno prima della mia venuta al mondo.
E' difficile scrivere, per me, di questo evento, perchè è difficile pennellare qualcosa che ho vissuto così emozionalmente, così appassionatamente e con grande commozione. Atteso, tanto, ma allo stesso tempo decisamente "inaspettato".
L'album del '72 era bello, meraviglioso, concept-album per una storia maledetta, junkie, d'amore e d'inferno, ambientato in un triste scenario e con con un epilogo da lacrime. Fa male Berlin, fa parecchio male. Ti lascia l'amaro in bocca.
L'opera rock di sabato, allestita da Lou Reed, 35 anni dopo e senza averla mai presentata dal vivo, supera qualsiasi aspettativa. Sul palco un entourage di più di 30 persone tra le quali lui, bassista (Fernando Saunders, ho il plettro a casa), corista solista, batterista, chitarrista (Steve Hunter, storico), piano, contrabbasso e violoncello, un coro di dodici giovanissimi ragazzi della New London Children Choir ed una piccola orchestra di archi e fiati. Il palco una raffinata carta da parati stile giapponese, molto anni '70 ed un vecchio divano appeso di lungo.
Non lo si può semplicemente chiamare "concerto", perchè sarebbe sempre e solamente riduttivo. Forse è anche un musical, è teatro, è poesia, è un documento, è un film. Berlin viene eseguito dall'inizio alla fine, con una piccola overture sulle note di Sad Song, Canzone Triste, che nel disco originale chiude l'album, questo come a voler far capire, dall'inizio, che non si tratterà di argomenti leggeri e canzoncine per l'estate.
Le canzoni, splendidamente riarrangiate, ammutoliscono il pubblico, stupiscono, stordiscono, catturano, lasciano sbigottiti tutti, la voce di Lou Reed, quella voce così profonda, espressiva, da poeta, da narratore, da creatore, da "vecchio", la sua calma, i suoi movimenti tranquilli, regali, calmi, il suo dirigere i musicisti... lasciano tutti a bocca aperta, lasciano capire la differenza abissale che separa lui da tanti altri. Lui, il poeta dei Velvet Underground, lui che ha cantato e scritto di New York, la sua città, del lato selvaggio di quella metropoli e di tante persone ai margini; lui che ha affrescato le vite di un mondo sotterraneo ma vivo, squallido ma poetico, dannato ma tanto umano. Lui è li, con i suoi anni che porta tutti quanti addosso, una leggenda, eppure lo senti "amico", senti che è nelle sue intenzioni sedersi di fianco al suo pubblico; mi ricorda De Andrè, la sua voce, le sue narrazioni, le sue storie e la sensazione che ti faceva sempre pensare che era uno dei nostri. Vola il concerto, corre, accompagnato da sfumate immagini tratte dal film Berlin, di Julian Schnabel, sempre basato sulla storia raccontata da Lou Reed. Onirico, delicato, tragico, commovente, come i fotogrammi che hanno accompagnato The Kids, durante la quale una bimba con le ali da angelo appare nella parete giapponese, accostamento che sta a sottolineare l'innocenza dei bambini, fragili, come i cuccioli...e i poeti, da rispettare, salvaguardare, proteggere.
Finisce tragicamente Berlin, come era scritto, finisce tra la mia commozione ed occhi lucidi, e comunque ti vien voglia di ringraziare. Finisce tutto per un attimo, con Lou che presenta la band fantastica e i protagonisti che, non uno di meno, hanno regalato al pubblico di Cagliari un'emozione che non tornerà, aihmè, mai più.
La musica riprende con toni più "movimentati" nella seconda parte, con tre perle, riarrangiate anch'esse ed efficaci più che mai: Sweet Jane, Satellite of Love, Walk on the wild side, a chiudere davvero.
Lou Reed sembra voler abbracciare il pubblico e ci abbraccia davvero con un "we love you". Ci crediamo Lou ma siamo noi che ringraziamo te, per davvero.

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