The Fujifilm X100S, Downtown Cagliari at dawn.

6:00 am - 10:00 am. In the company of my friend Alberto, I was able to test my Fujifilm X100S in Cagliari in a desert sunrise, an empty city at times, always beautiful. Some shots follow.



6:00am - 10:00 am. In compagnia del mio amico Alberto, ho potuto mettere alla prova la mia Fujifilm X100S in una Cagliari deserta all'alba, vuota a tratti, sempre bellissima. Qui sotto qualche scatto.































Della mia stirpe

La mia stirpe è ignota, persa nei fumi del tempo e nella spuma del Mare. Di quel Mare che un tempo era alto abbastanza da coprire, eppur trasparente da svelare.
La mia stirpe è testimoniata da fotografie di pietra e di bronzo e di massi a costruire e di vento a risuonare; la mia stirpe è in realtà meticcia e parla lingue antiche, mediterranee, senz'altro più confuse ora che allora.
La mia stirpe non esiste.
Non esiste più.



Momenti e increspature: sempre della sera poi si parla

Non è che questa Terra sia triste, è che semplici sono i suoi attimi di felicità.
Ovvero: è in effetti triste questa Terra, perché troppo brevi risultano i suoi momenti di felicità.
La scelta di stile appare doverosa, con precisazioni di sorta.



Apple Thunderbolt Display Ethernet not working... and how to fix it

I've connected my MacBook Pro Retina (running Mavericks) to an Apple Thunderbolt Display 27", then plugged my Ethernet cable to the Display and... no way! It didn't connect to the LAN.

Trying several network configurations it didn't solve the issue.
Then I've tried deleting the old network configurations. It worked!

So,


  1. unplug the Thunderbolt Display (important)
  2. run the command: sudo rm /Library/Preferences/SystemConfiguration/NetworkInterfaces.plist
  3. restart your Mac
  4. plug the Thunderbolt cable to the MacBook again


It should work (or check your Network Preferences, at least the Ethernet should be active and then it can be properly configured).








Abbandono

La parola la conoscete: "abbandono". Suona parecchio bene, si indossa altrettanto con disinvoltura.




"Abbandono" è il termine che si adatta a tutto: è il re della festa ai funerali, non appena si chiude un loculo; è parola regina dopo lo scoppio di una coppia o dopo il consumarsi di una bufera tra effimere amicizie con strascico di gossip. Graziosamente si insinua nei sentimenti e dona un meritato tocco di classe ai sensi di colpa.
L'abbandono ti aspetta alla stazione, quando nessuno - d'estate - suda per te nell'attesa. L'abbandono ti parla di terre nere bruciate coltivate a caso e, in città, gioisce quieto e testardo ai cambi di stagione ma senza cambiarsi d'uniforme. Stoico, non si assenta mai dal suo compito di funzionario, l'abbandono. Mai una giornata di ferie, né di malattia. Salute di ferro, nervi d'acciaio, sorriso d'ordinanza come da protocollo.
L'abbandono dei pensieri, cosa alquanto grave; l'abbandono del fisico, del corpo; l'abbandono al destino, che il destino - poi - non esiste.
Spesso ho la sensazione che questa Terra si nutra di abbandono, compagno della pigrizia. Più facile nascondere e attendere e criticare che fare e sbagliare. L'abbandono si nutre di invidia e disamistade. L'abbandono è fontana facile d'acqua zuccherata.

Poi, un SMS: "La informiamo che da oggi e per tutta la settimana, sulle collezioni primavera/estate di Abbandono sarà applicato uno sconto sino al 50%. La aspettiamo". 

Prevedo una lunga coda.



















Per fortuna, poi, da dietro quell'angolo, compare sempre la sera.






L'ultimo faro, poi il blu






Quante sere, prima di quella curva tracciata decisa a finire sul ponte, ho visto una città immobile al tramonto, illuminata d’arancio con un cielo plumbeo dietro, quasi non ci fosse nulla oltre?
Io vedo da quella curva una città che pare un modellino, un diorama. Non si scorgono le persone mentre sembra un brulicare d’auto su montagne russe di strade in restauro sgangherate. Una tessitura. Non vedi cosa c’è dietro questa città, come se il mondo finisse lì, senza avviso alcuno o segnale di pericolo, con quella rocca che da arancio diviene pian piano rosa: le torri, una cupola e poi il nulla. Un nulla remoto ed inquieto. Non si vede altro, quasi fosse l'ultimo faro del Mediterraneo. Poi la curva la percorri e finisce che vi entri, dentro questa minuscola metropoli austera, che vorrebbe tanto etichettarsi tollerante-multietnica ma ancora ci si sputa tra i quartieri. Infine percorri il porto, piccola meraviglia d’acqua cheta, e sei tra le formiche. Le vedi attraversare i larghi viali in cerca di sistemazione, le strade, i palazzi, a saltare sopra le zebre dagli occhi rossi e verdi, gialli talvolta, una fretta apparente; di corsa le vedi queste figure, a tratti sospinte dalla primavera, si rientra e si va. Però, poi, tu che leggi, fermati un istante ad osservare, perché un battito di ciglia della sera se le porta via tutte in un attimo, mentre quel rosa sulle torri, sulle mura, sui palazzi e sul tutto diviene un potente, inarrestabile, blu di immutabile malinconia.

Viviamo tempi lunghi di abbandono doloso

- ma non mi hai sempre parlato del piacere della decadenza? Ed ora che mi dici nel guardare queste campagne spettinate, questi sgabuzzini nei quali schiacciare le vergogne sperando nell'oblio?
- beh - sai - a parlare per metafore a volte ci si fa belli...
- quindi scherzavi?
- scherzavo forse no, ci giocavo piuttosto. Sai nell'esporre le mie argomentazioni...
- non parlarmi di esposizioni, per favore, che poi dicono che copio chissà quale pseudo-fotografo; io, il non-fotografo per eccellenza. Esposizioni, mi parli di esporre cose, pensieri, persone, buonismi gratuiti?
- non proprio...
- ecco, li ho terminati, non saranno più i tempi, saranno le aperture a guidarmi nelle profondità di questi campi abbandonati. Sino a quando mi diranno che avrò copiato ancora. Quindi mi rimarrà solo una grande, meritata, levigata risata nel salutarvi tutti con la mano
- il solito polemico
- forse