Della mia stirpe

La mia stirpe è ignota, persa nei fumi del tempo e nella spuma del Mare. Di quel Mare che un tempo era alto abbastanza da coprire, eppur trasparente da svelare.
La mia stirpe è testimoniata da fotografie di pietra e di bronzo e di massi a costruire e di vento a risuonare; la mia stirpe è in realtà meticcia e parla lingue antiche, mediterranee, senz'altro più confuse ora che allora.
La mia stirpe non esiste.
Non esiste più.



Momenti e increspature: sempre della sera poi si parla

Non è che questa Terra sia triste, è che semplici sono i suoi attimi di felicità.
Ovvero: è in effetti triste questa Terra, perché troppo brevi risultano i suoi momenti di felicità.
La scelta di stile appare doverosa, con precisazioni di sorta.



Apple Thunderbolt Display Ethernet not working... and how to fix it

I've connected my MacBook Pro Retina (running Mavericks) to an Apple Thunderbolt Display 27", then plugged my Ethernet cable to the Display and... no way! It didn't connect to the LAN.

Trying several network configurations it didn't solve the issue.
Then I've tried deleting the old network configurations. It worked!

So,


  1. unplug the Thunderbolt Display (important)
  2. run the command: sudo rm /Library/Preferences/SystemConfiguration/NetworkInterfaces.plist
  3. restart your Mac
  4. plug the Thunderbolt cable to the MacBook again


It should work (or check your Network Preferences, at least the Ethernet should be active and then it can be properly configured).








Abbandono

La parola la conoscete: "abbandono". Suona parecchio bene, si indossa altrettanto con disinvoltura.




"Abbandono" è il termine che si adatta a tutto: è il re della festa ai funerali, non appena si chiude un loculo; è parola regina dopo lo scoppio di una coppia o dopo il consumarsi di una bufera tra effimere amicizie con strascico di gossip. Graziosamente si insinua nei sentimenti e dona un meritato tocco di classe ai sensi di colpa.
L'abbandono ti aspetta alla stazione, quando nessuno - d'estate - suda per te nell'attesa. L'abbandono ti parla di terre nere bruciate coltivate a caso e, in città, gioisce quieto e testardo ai cambi di stagione ma senza cambiarsi d'uniforme. Stoico, non si assenta mai dal suo compito di funzionario, l'abbandono. Mai una giornata di ferie, né di malattia. Salute di ferro, nervi d'acciaio, sorriso d'ordinanza come da protocollo.
L'abbandono dei pensieri, cosa alquanto grave; l'abbandono del fisico, del corpo; l'abbandono al destino, che il destino - poi - non esiste.
Spesso ho la sensazione che questa Terra si nutra di abbandono, compagno della pigrizia. Più facile nascondere e attendere e criticare che fare e sbagliare. L'abbandono si nutre di invidia e disamistade. L'abbandono è fontana facile d'acqua zuccherata.

Poi, un SMS: "La informiamo che da oggi e per tutta la settimana, sulle collezioni primavera/estate di Abbandono sarà applicato uno sconto sino al 50%. La aspettiamo". 

Prevedo una lunga coda.



















Per fortuna, poi, da dietro quell'angolo, compare sempre la sera.






L'ultimo faro, poi il blu






Quante sere, prima di quella curva tracciata decisa a finire sul ponte, ho visto una città immobile al tramonto, illuminata d’arancio con un cielo plumbeo dietro, quasi non ci fosse nulla oltre?
Io vedo da quella curva una città che pare un modellino, un diorama. Non si scorgono le persone mentre sembra un brulicare d’auto su montagne russe di strade in restauro sgangherate. Una tessitura. Non vedi cosa c’è dietro questa città, come se il mondo finisse lì, senza avviso alcuno o segnale di pericolo, con quella rocca che da arancio diviene pian piano rosa: le torri, una cupola e poi il nulla. Un nulla remoto ed inquieto. Non si vede altro, quasi fosse l'ultimo faro del Mediterraneo. Poi la curva la percorri e finisce che vi entri, dentro questa minuscola metropoli austera, che vorrebbe tanto etichettarsi tollerante-multietnica ma ancora ci si sputa tra i quartieri. Infine percorri il porto, piccola meraviglia d’acqua cheta, e sei tra le formiche. Le vedi attraversare i larghi viali in cerca di sistemazione, le strade, i palazzi, a saltare sopra le zebre dagli occhi rossi e verdi, gialli talvolta, una fretta apparente; di corsa le vedi queste figure, a tratti sospinte dalla primavera, si rientra e si va. Però, poi, tu che leggi, fermati un istante ad osservare, perché un battito di ciglia della sera se le porta via tutte in un attimo, mentre quel rosa sulle torri, sulle mura, sui palazzi e sul tutto diviene un potente, inarrestabile, blu di immutabile malinconia.

Viviamo tempi lunghi di abbandono doloso

- ma non mi hai sempre parlato del piacere della decadenza? Ed ora che mi dici nel guardare queste campagne spettinate, questi sgabuzzini nei quali schiacciare le vergogne sperando nell'oblio?
- beh - sai - a parlare per metafore a volte ci si fa belli...
- quindi scherzavi?
- scherzavo forse no, ci giocavo piuttosto. Sai nell'esporre le mie argomentazioni...
- non parlarmi di esposizioni, per favore, che poi dicono che copio chissà quale pseudo-fotografo; io, il non-fotografo per eccellenza. Esposizioni, mi parli di esporre cose, pensieri, persone, buonismi gratuiti?
- non proprio...
- ecco, li ho terminati, non saranno più i tempi, saranno le aperture a guidarmi nelle profondità di questi campi abbandonati. Sino a quando mi diranno che avrò copiato ancora. Quindi mi rimarrà solo una grande, meritata, levigata risata nel salutarvi tutti con la mano
- il solito polemico
- forse







Silenzio

Ho deciso che non era ora.
Ho sempre sbagliato momento, per dir la verità. Ho deciso che era tardi, invece forse era presto, chissà...
Ho deciso che i miei ospiti eran sin troppi, quindi ho preso la parola in mano, salutandoli; mi son scusato, ho respirato, ho avuto freddo, li ho accompagnati, son rimasto solo, con una sera ancora da affrontare.
Infine il silenzio.
Piacevole spavento.





Scrivo la notte per difendermi dal giorno

Hai presente quel brano, caro Luca? Quel brano di Gavino Murgia, dai! Intrighinu mi pare si chiami, dici di no? Sai…mette i brividi; perché a me parla davvero di Sergio Atzeni e affolla la mia mente con suggestioni vivide di sere d’estate all’aperto in campagna. Hai presente quel profumo misto di campi bruciacchiati e mietiture terminate? Sanno di salato e di Mediterraneo,  di terra secca che pare morta, legata stretta alla polvere; hai presente quel leggero odore tutt'attorno di giallo che imbroglia? È un segreto Luca - non raccontarlo a nessuno - si dice che quel giallo, a quest'ora, imbrogli la vista, confondendola e che faccia apparire figure. Figure che danzano avvolte da scialli, ma questa è tutt’altra storia. 
Mi immagino, dicevo, quattro amici cinque, sei, noi - se in numero dispari che importa, poi - nella tregua del calore del giorno appena ucciso, poca la luce, a respirare e sorseggiare un Torbato, vino bianco profumoso, mentre guardo finalmente cielo e Via Lattea, come non facevo da tempo immemore - accidenti al lavoro, maledetto sia! - e poi, all'improvviso, mi pare di sentire un crepitio ed il battito lieve di passi antichi dei nostri antenati, uomini e donne e bimbi, forse scalzi ma vestiti di mistero, a prender la via della sera insieme a noi. A noi tutti. Che poi, le vedi quelle pietre scure all’ombra delle spighe? Si, proprio quelle, ma che te lo chiedo a fare… è casa tua questa. Luca, ne sento le voci potenti. Rispettose e, chissà, quelle stesse voci di genti attorno a quelle travi di pietra maestose sollevate, quelle magari non sono così diverse dalle nostre, ora. Voci. E storie; di genti passate leggere - scontato, eh? - genti a passeggio con la morte a trentacinque anni, che per loro era vita portata a compimento, sicuro. Un belato, un pianto, una cantilena accesa a chissà quale Dio o betilo, rimuginata filastrocca, come gatto che mangia interiora. Il vino, il suo profumo, questa musica, ora vedo scritte parole sparpagliate da questo vento, che pare soffiato appena attraverso una cannuccia, tanto è lieve. Quelle parole di Atzeni, le senti Luca? Forti, pesanti, eppur misteriose, mai totalmente svelate: se non conosci la Terra non le puoi penetrare. 
Vorrei queste ore non passassero mai, senti il rumore del silenzio... tutti loro non ridono più, quanti siamo rimasti? Magari sono già andati via. Anche la sera si arrende ma con gioia e tranquillità estrema,  come il vino fresco in quel calice largo, amico mio. Queste cose ci vedo dentro quel brano, che ieri sera quasi non riuscivo a lavorare, ed oggi? Pure. Si grazie, versamene ancora un goccio di quel Torbato, solo un poco, per davvero. 
Ma Luca, lo vedi anche tu tutto quel giallo alla fine del sentiero? Laggiù, un passo prima della via oscura. Si dice che imbrogli la vista, quel giallo. Ho sentito la voce di nonno, che mi salutava, dicendo che si recava alla rupe. 
Mi pare di veder danzare.







In tentazione

E' la banalità ad indurci in tentazione.
Quella evidente banalità dei luoghi, degli scatti; quella nascosta, avvincente.
"La banalità delle quotidiane vie" (pronunciate quest'ultima frase con marcato accento emiliano, alla Fatur, dal minuto 1:11).
Vie di fuga, verso il mare o vie urbane, verso la vita.
E' la banalità poi che provoca colori, anche quando le fotografie le vedresti benissimo tutte in bianco e nero, magari mosse, magari vuote.
Dimenticavo... è guardando bene dentro la banalità che ci porterà il nuovo. Di nuovo.




Prospettive

Il progresso in prospettiva. Il progresso degli anni ruggenti, il progresso degli anni arrugginiti. Il progresso per avvelenare, conquistare, ammaliare, che il progresso porta benessere.
Quell'idea di progresso che mangia Terre e Mari, ne modifica la sostanza e la completa con cattedrali nel deserto poste al capolinea di strade mai fatte. La politica errata, stolta, cresciuta in quello stesso deserto abitato da genti mai divenute popolo e dissetate da balentia inutile.
Il progresso in prospettiva, abbandonato sulla spiaggia. Spiaggia vomitata dalla tosse di un mare dai colori artificiali, dietro un cartello rosso sbiadito che sussurra "PERICOLO".




Angoli

Mi sono accorto all'improvviso di non saper più cosa scrivere, ma in realtà non sapevo nemmeno dove andare. Mi son ritrovato, di continuo, a sbatter la testa in un angolo luminoso, seppur buio. Vuoto, asettico, ampio, eppur ristretto. Mi son ritrovato senza un pensiero, come un carrello abbandonato nei paraggi di un ipermercato.





Rinascere

Se #rinasco... rinasco colorato. Tenue. Rinasco sulle strisce, mentre attraverso - la vita, gli anni, le opinioni o qualcosa. Se rinasco, rinasco per respirare molta più aria a gonfiare maggiormente idee e scritture e pezzetti di cianfrusaglie da spargere in giro, come coriandoli a carnevale.

Se rinasco, rinasco così, ecco. 
O forse no, perché magari domani cambio idea e quindi se rinasco... che poi a pensarci bene è meglio esser già rinati oggi. 
Anche stamattina.
Non si sa mai.




primodimaggio

Cani, folla, musica molesta forzata modesta, modestissima. Primo di Maggio. Snaturato, rotolante sino a perder senso. Il biondo platino torna di moda? Forse. Gente, gruppi, al sole ma presi per mano dal vento Maestro. Ridere, sento ridere maschere spettinate; questa è la vita Antonio, la vita in questo giorno di festa uscito da un film di serie B. Un film primaverile e poi, tutto intorno, per fortuna si riesce anche a scorgere un po' di quiete, abbracciata al vuoto e quel mare in fondo a starsene quieto.
Sembra quasi di sorridere.